Perché non dovremo per forza assistere alla fine dei giornali di carta

I giornali di carta sono alla fine? No, c’è ancora chi riesce a fare soldi grazie a loro. Si chiama Carlos Slim Helú, il tycoon messicano di origine libanese che un anno fa andò in soccorso del New York Times.
19 AGO 20
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I giornali di carta sono alla fine? No, c’è ancora chi riesce a fare soldi grazie a loro. Si chiama Carlos Slim Helú, il tycoon messicano di origine libanese che un anno fa andò in soccorso del New York Times. In pochi pensarono che avrebbe potuto guadagnare direttamente grazie a una testata sì gloriosa, ma che, dopo essersi vista abbassare il rating da Standard & Poor’s, era stata costretta in rapida successione ad accettare la pubblicità anche in prima pagina, a ipotecare la sede di Manhattan disegnata da Renzo Piano e a vendere la partecipazione nella squadra di baseball dei Boston Red Sox. “L’obiettivo è solo di fare investimenti finanziari” avevano insistito i suoi portavoce. Ma i commenti guardavano pouttosto al modo in cui in passato il New York Times lo aveva criticato; al crescente interesse del suo impero delle telecomunicazioni per la tv on demand, cui proprio il gruppo editoriale del New York Times avrebbe potuto apportare preziosi contenuti; alla storica vicinanza di Slim per il mondo di sinistra e liberal per il quale il New York Times è un’icona, nel momento in cui alla Casa Bianca si insediava Barack Obama.
A differenza di Rupert Murdoch, che nel comprare nel 2007 il Wall Street Journal per 5,7 miliardi di dollari ha finora portato soltanto perdite alla sua News Corp., e a differenza di Sam Zell, che nel dicembre del 2008 ha visto il Chicago Tribune andare in amministrazione controllata, Slim ci sta guadagnando. Non subito, va detto. All’inizio, nel settembre del 2008, si era limitato ad acquistare il 6,4 per cento del pacchetto azionario al prezzo di 13,53 dollari ad azione. In tutto 60 milioni di dollari, un’operazione non finalizzata a intaccare il tradizionale controllo della famiglia Sulzberger, che detiene il 19 per cento della proprietà. Ma la quotazione aveva continuato a precipitare, fino a far perdere a Slim metà dell’investimento.
Senza scomporsi, il messicano ha allora rilanciato, prestando al gruppo 250 milioni di dollari attraverso l’acquisto di obbligazioni a sei anni convertibile in azioni: tasso d’interesse al 14,1 per cento, l’11 in contanti e il resto in titoli. In realtà, era poco più dei tre quinti del debito in scadenza a maggio, e neanche un quarto di quello totale. Ma quell’iniezione di fiducia è bastata a far risalire il valore delle azioni. Slim ci sta guadagnando 35 milioni di dollari l’anno, più la possibilità di acquistare 15,9 milioni in azioni ordinarie a 6,36 dollari l’una, nel momento in cui sul mercato stanno attorno ai 13,28. Sommando il tutto, si ottengono 110 milioni di dollari.
La maggior tranquilità finanziaria ha nel contempo permesso al New York Times non soltanto di sopravvivere, ma anche di approfittare a sua volta della crisi dei concorrenti. Così il 17 ottobre è uscito per la prima volta con un inserto locale di venerdì e domenica a San Francisco, dove il San Francisco Chronicle aveva perso un quarto delle copie in tre mesi. E il 20 novembre ha fatto lo stesso a Chicago, dove a parte l’amministrazione controllata del Chicago Tribune si era pure dichiarato in bancarotta il Chicago Sun-Times. Certo, l’emergenza non è del tutto passata.
Anche per questo il New York Times ha annunciato che dal 2011 cesserà la possibilità di consultazione gratuita senza limiti su Internet: oltre una certa quota di articoli mensili liberi, bisognerà infatti pagare o fare un abbonamento. Quanto a Slim, in risposta alla decisione del governo messicano di offrire spazi ai suoi concorrenti ha deciso di comprare da se stesso l’operatore fisso Telmex e il suo braccio internazionale Telint, per fonderli con l’operatore mobile América Móvil in un unico colosso di fisso, mobile e Internet da 250 milioni di clienti. Un’operazione da 21 miliardi di dollari: l’arte del rilancio.